Orientamento
Il lavoro che offro è informato da tradizioni contemplative non-duali, nelle quali corpo, respiro, attenzione e consapevolezza sono intesi come aspetti inseparabili di un unico processo vivente.
Tradizioni come il Tantra non-duale del Kashmir, il Buddismo tibetano, il Bön/Dzogchen tibetano, il Daoismo Zheng Yi cinese e i lignaggi hawaiiani non-duali esprimono questa comprensione attraverso linguaggi differenti, ma condividono un orientamento comune: l’esperienza non è qualcosa da trascendere o correggere, bensì da incontrare direttamente — nel corpo, nel movimento, nella quiete e nella relazione — permettendo alla sua intelligenza intrinseca di organizzarsi nel tempo.
Il contesto non duale in cui questo lavoro si colloca non è una filosofia da comprendere, né un sistema di credenze da adottare. È un orientamento pratico che ha conseguenze molto concrete nel modo in cui il lavoro viene tenuto.
In questa prospettiva, la sofferenza non è vista come qualcosa da correggere o eliminare, ma come il risultato di modalità abituali di relazione con l’esperienza. Ciò che viene indagato è il continuo ripetersi di reazioni automatiche: tensione, controllo, evitamento, ricerca di sollievo o di miglioramento.
Nella pratica, questo significa che il lavoro non è orientato a “far star meglio” nel senso convenzionale, né a produrre stati particolari. Non si lavora per ottenere rilascio, chiarezza o regolazione, ma per creare le condizioni in cui ciò che è già presente possa essere incontrato senza aggiungere ulteriore resistenza.
Ad esempio, se durante una sessione emergono disagio, emozioni o tensioni, non vengono trattati come problemi da risolvere, né come segnali da interpretare. Il lavoro resta con l’esperienza così com’è, osservando come il corpo e il sistema reagiscono, dove si irrigidiscono, dove cercano di controllare o di fuggire. È proprio questo vedere diretto dei meccanismi abituali che, nel tempo, apre la possibilità di una relazione diversa con l’esperienza.
Questo orientamento ha una conseguenza chiara: il lavoro non promette risultati rapidi né trasformazioni lineari. Ciò che viene sostenuto è piuttosto una progressiva riduzione dell’identificazione con i propri schemi, una maggiore capacità di restare con ciò che c’è, e una relazione più intima e meno reattiva con il corpo e con la vita quotidiana.
In questo senso, il lavoro non cerca una soluzione attraverso il miglioramento, ma rende visibili i meccanismi abituali nel momento stesso in cui operano.
Per un ulteriore approfondimento sull’orientamento non duale che informa questo lavoro, è possibile consultare www.trikapath.com.